sabato, gennaio 14, 2012

NY, Mi chiedono di fare fotografie.


i.
Istantanee, del negro che dal seminterrato
sulle scale
trasporta un barile colmo di terra.
Della vecchia che ruba un acino
nel market sottocasa.
Istantanea della bambina che scappa alla madre
per guardare i libri degli ambulanti di Broadway.


Sono sempre io.
          Le sventagliate di vento mi fanno cadere.
          La pioggia di Manhattan, non la neve, spinge gli annunci.


Qui da Starbucks vorrei vedere Proust
e, per estensione, le due volpine lesbiche.


ii.
Fanelli's Cafe


Se nel cimitero degli ebrei a Berlino
le foglie morte erano cartacce di caramella
a NY le pagine dei giornali sono gabbiani. 
G. mi regala il teschio di una lince
e soffia gli uccelli nelle ginocchia che ho sbriciolato
sull’asfalto di Chinatown – 1! vento con rotula
2! occhio con lingua 
3! al mercato abiti di seta, e granchi nelle vasche.


Ogni volta che mi guardano mi spengono.
          E gli specchi appannati amore.


iii.
Mi addormento in metropolitana
e, torno all’acqua, mi risveglio
sul battello per Staten Island.
Il barbone attacca la spina della carrozzina elettrica.
Devo sempre essere altrove.


iv.
“ERBA 
Stringemmo un patto in un giro di boccate, sentendoci degli Assi
nelle mani successive, per poi perderci in un gioco di santa Pazienza;
solo che non si sapeva più a chi toccava, o chi era chi o di chi
o qual era il fante e quale il re.” 


(FATCAT Biliardo, fuori dal pubblico. Le giapponesi 
mi riprendono con le videocamere. Il barbone 
senza denti succhia il pollo fritto 
e guarda sul lettore i Transformers.)
Molto buio. 
Ti offro gli occhi socchiusi, ma svegli sotto le palpebre.
Ti dedico Chagall, le acqueforti di Goya
e le candele di La Tour.
Poi mi siedo e piango perché non sono Klee
(ed è così che ti dico addio
me ne vado, smetto).


[inconcluso]

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